Miglioramento sismico in Emilia Romagna: perché gli interventi fatti dopo il 2012 oggi non bastano

Miglioramento sismico in Emilia Romagna: capannone prefabbricato nel cratere 2012

Se il tuo capannone sta in uno dei comuni emiliani colpiti dal terremoto del 2012, quasi certamente su quell’edificio è già stato fatto qualcosa. Collegamenti fra travi e pilastri, ancoraggio delle tamponature, scaffalature controventate: lavori fatti in fretta, quattordici anni fa, con un obiettivo chiaro e legittimo, rimettere in moto l’azienda.

Quando oggi si parla di miglioramento sismico in Emilia Romagna, quasi sempre si parla di quei capannoni. Perché quello che allora quasi nessuno spiegò, e che adesso torna sul tavolo di molti imprenditori, è che il decreto chiedeva due cose, non una. E che la seconda, quella che davvero dice se il capannone è sicuro, in parecchi casi è rimasta indietro.

Cosa ha chiesto il decreto, in due tempi

Il decreto legge 74 del 2012, convertito nella legge 122 dello stesso anno, ha affrontato il problema dei capannoni produttivi in due passaggi distinti.

Primo tempo. Per riprendere l’attività serviva l’agibilità sismica, e l’edificio non doveva presentare tre carenze precise:

la mancanza di collegamenti fra gli elementi verticali e quelli orizzontali, cioè fra pilastri, travi e tegoli;

le tamponature prefabbricate non adeguatamente ancorate alla struttura principale;

le scaffalature non controventate che, portando materiali pesanti, collassando possono trascinarsi dietro la struttura.

Il decreto ha permesso di risolvere quelle tre carenze anche con interventi provvisori, e di riaprire. Erano, tecnicamente, interventi locali: riguardavano singoli elementi, non l’edificio nel suo insieme.

Secondo tempo. Finito quello, il decreto chiede la valutazione della sicurezza dell’intera costruzione, tenendo conto degli interventi locali già eseguiti. E qui arriva la frase che conta: se il livello di sicurezza risulta inferiore al sessanta per cento di quello richiesto a un edificio nuovo, devono essere eseguiti interventi di miglioramento sismico per arrivare almeno a quel sessanta per cento.

Non è un’opinione di chi vende antisismica. È il legislatore che, in un territorio dove il terremoto era appena passato, ha messo in fila i due gradini: gli interventi locali servono a riaprire, il miglioramento sismico serve a dire che l’edificio regge.

Il punto che oggi trova impreparati molti capannoni emiliani

I termini dentro cui completare il secondo tempo li fissava il decreto e sono stati oggetto di modifiche nel tempo: sono un capitolo da verificare caso per caso, con il tecnico, sulla singola pratica e sulla singola azienda.

Quello che a te interessa è un altro, ed è indipendente dalle date: sai a che livello di sicurezza si trova oggi il tuo capannone?

Se la risposta è no, non è colpa tua. È che l’intervento locale, per come lo definisce la norma, quel numero non lo produce. La valutazione della sicurezza si estende a tutto l’edificio solo quando l’intervento è di miglioramento o di adeguamento. Con l’intervento locale, il capannone sta meglio in quei punti, ma il livello di sicurezza raggiunto resta una cosa che nessuno ha calcolato, e quindi nessuno può scrivere.

Abbiamo spiegato per bene questa differenza, e cosa comporta in fattura, nell’articolo sul costo del miglioramento sismico di un capannone.

Perché arrivare al sessanta per cento con i collegamenti rigidi è difficile

Qui entra la parte tecnica, ed è la ragione per cui ci chiamano.

Quando il progettista fa la valutazione della struttura intera e il numero esce sotto la soglia, deve alzarlo. La strada più immediata è irrigidire: vincolare i nodi in modo rigido, impedire lo spostamento. Solo che le azioni sismiche, cioè le forze e i momenti che il terremoto trasmette alla struttura, non spariscono. Un vincolo rigido non le riduce, le trasferisce: dal nodo scendono nei pilastri, dai pilastri arrivano alle fondazioni.

E lì il conto si complica. Per gli interventi di miglioramento la norma chiede al progettista di dimostrare esplicitamente che le fondazioni vanno ancora bene anche dopo l’intervento. Se le azioni che ci arrivano sono aumentate, quella dimostrazione diventa difficile, e per guadagnare punti di sicurezza tocca scendere: rinforzo dei pilastri, allargamento dei plinti, scavi dentro il capannone, spesso in mezzo alla produzione.

Molti si fermano prima di arrivarci, e il capannone resta sotto la soglia.

Cosa cambia con i dispositivi dissipativi

L’altra strada è collegare gli elementi con dispositivi che dissipano energia, certificati secondo la norma europea EN 15129 sui dispositivi antisismici. Non sono piastre più robuste: sono un altro mestiere. Il dispositivo si muove in modo controllato, consuma una parte dell’energia che il terremoto immette nella struttura e limita l’azione che attraversa il nodo.

Il risultato pratico, sul tuo capannone, è questo: la sicurezza sale e il lavoro resta in alto, dove sono i nodi, senza dover scendere a toccare pilastri e fondazioni. Che è poi la differenza fra un cantiere che convive con la produzione e un cantiere che ti ferma l’azienda.

È il motivo per cui in Emilia Romagna, in questo periodo, ci troviamo a sostituire collegamenti installati dopo il 2012 con dispositivi dissipativi dimensionati sulla struttura: l’intervento cambia di categoria, da locale diventa miglioramento sismico, e finalmente produce quello che prima non c’era, un livello di sicurezza calcolato, scritto e collaudato.

Sulla differenza fra le due filosofie abbiamo scritto un articolo dedicato: perché i dispositivi antisismici e le piastre sui nodi vengono da due mondi diversi. E sulle certificazioni, che è il punto dove si nascondono i malintesi, trovi qui cosa significa davvero la marcatura CE di un dispositivo antisismico.

Le tre domande da fare a chi ti presenta un’offerta

Non serve che tu diventi un tecnico. Bastano tre domande, meglio se per iscritto:

di quale categoria di intervento si tratta, ai sensi del capitolo 8 delle Norme Tecniche per le Costruzioni;

qual è il livello di sicurezza della struttura prima e dopo l’intervento;

se è previsto il collaudo statico, che per il miglioramento e per l’adeguamento è obbligatorio.

Chi sta facendo un vero miglioramento sismico risponde a tutte e tre senza esitare, perché sono documenti che deve produrre comunque.

Da dove si parte

Il primo passo verso il miglioramento sismico, in Emilia Romagna come altrove, non è un preventivo: è una diagnosi. Serve sapere dove sei oggi: cosa è stato fatto sul tuo capannone dopo il 2012, che categoria di intervento era, e a che punto ti ha lasciato.

Lo screening del rischio sismico serve esattamente a questo. È gratuito, lo facciamo noi con i nostri ingegneri, e alla fine ti lasciamo un report scritto che resta a te: cosa abbiamo visto, quali sono i punti deboli, di che tipo di intervento stiamo parlando.

Richiedi ora lo screening gratuito del tuo capannone: è il modo più semplice per sapere se il lavoro fatto nel 2012 ti ha portato dove pensavi.

P.S. Se hai in un cassetto la documentazione dell’intervento fatto allora, tienila a portata di mano: leggere che categoria di intervento è stata dichiarata è spesso il primo minuto più utile di tutta la visita.

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