Capannone prefabbricato e terremoto: perché si gioca tutto sui nodi

Capannone prefabbricato e terremoto: perché si gioca tutto sui nodi

Quando un imprenditore pensa alla resistenza del suo capannone, guarda le cose grosse: i pilastri, le travi, il calcestruzzo armato. E in effetti quelle, quasi sempre, al terremoto resistono.

Il problema è un altro, e sta nei punti che nessuno guarda: i nodi, cioè i collegamenti dove la trave appoggia sul pilastro e il tegolo appoggia sulla trave. Nel 2012, in Emilia, è stata esattamente questa la lezione. Una lezione pagata carissima, che vale la pena conoscere bene, perché il tuo capannone con ogni probabilità è costruito allo stesso modo di quelli.

Com’è fatto (davvero) un capannone prefabbricato

Il capannone prefabbricato classico italiano, quello costruito a migliaia tra gli anni ’60 e i primi anni 2000, è un gioco di incastri: pilastri infilati in bicchieri di fondazione, travi appoggiate sui pilastri, tegoli di copertura appoggiati sulle travi.

La parola chiave è “appoggiate”. In tantissimi capannoni gli elementi orizzontali non sono collegati meccanicamente a quelli verticali: stanno su per gravità e per attrito, cioè per il solo peso proprio e l’aderenza fra le superfici. Appoggi anche di pochi centimetri, perché all’epoca l’obiettivo era montare in fretta, e in gran parte d’Italia la legge non chiedeva di più: molte zone oggi classificate sismiche, allora, sulla carta non lo erano.

Con i carichi di tutti i giorni questo schema funziona benissimo: il peso spinge verso il basso e l’appoggio lavora. Per decenni ha funzionato. Poi la terra si muove in orizzontale, e cambia tutto.

Cosa succede ai nodi quando arriva la scossa

Il terremoto scuote la struttura avanti e indietro. La trave e il pilastro oscillano, ma non oscillano insieme: ognuno si muove a modo suo. A ogni ciclo, la trave scorre di qualche millimetro sull’appoggio. La scossa dura secondi, i cicli sono decine.

Se l’appoggio è corto e il collegamento è affidato al solo attrito, il finale è scritto: la trave scorre fino a perdere l’appoggio e cade, portandosi dietro la copertura. Non serve che il calcestruzzo si rompa. Non serve che la struttura sia “vecchia” o mal costruita. Ogni elemento, da solo, resta integro: è il sistema che si smonta, esattamente nei punti dove i pezzi si toccano ma non si tengono.

Ecco perché diciamo che il nodo è il fusibile involontario del capannone: è il punto che decide, e nessuno l’ha mai progettato per decidere.

Emilia 2012: la prova che nessuno può ignorare

Nel maggio 2012 due scosse colpirono uno dei distretti produttivi più densi d’Italia. Il bilancio: 28 vittime, oltre 13 miliardi di euro di danni, circa 13.000 attività produttive coinvolte. Gran parte delle vittime erano lavoratori, morti dentro capannoni industriali che si sono smontati esattamente nel modo descritto sopra: travi scivolate dagli appoggi, tegoli caduti, coperture venute giù su chi stava lavorando.

Fu uno shock anche per i tecnici, perché fino ad allora i capannoni non erano mai stati i protagonisti del disastro. Da lì cambiò tutto: per riaprire le aziende nell’area del sisma la legge impose di eliminare proprio quelle carenze, a partire dai collegamenti fra gli elementi, e la ricerca sviluppò la generazione di dispositivi antisismici certificati di cui abbiamo parlato in questa serie.

La domanda scomoda è una: il tuo capannone, oggi, è diverso da quelli? Se è un prefabbricato costruito prima delle norme sismiche moderne, con ogni probabilità no.

La risposta giusta non è “una piastra e via”

Arrivati qui, la tentazione è chiudere in fretta: “va bene, faccio saldare due piastre sui nodi e sono a posto”. È la risposta sbagliata a un problema vero, e nei due articoli precedenti abbiamo visto perché.

Primo: un pezzo di acciaio a cui chiedi di trattenere la trave durante il sisma è, per definizione di legge, un dispositivo antisismico, e deve essere certificato per quel mestiere secondo la UNI EN 15129. La marcatura CE da carpenteria non basta.

Secondo: irrigidire un nodo senza governare le forze può semplicemente spostare il problema sul punto debole successivo. Il collegamento va progettato dentro un intervento pensato da un ingegnere sull’intera struttura, con dispositivi che hanno un comportamento sismico provato e dichiarato.

La sicurezza del capannone non è un accessorio da montare: è un progetto. E parte sempre dallo stesso punto.

Domande frequenti

Il mio capannone ha resistito a scosse passate: significa che è sicuro?

No, purtroppo non è una prova. Significa che le scosse arrivate finora non hanno superato la soglia dei suoi punti deboli. Anche in Emilia i capannoni erano lì da decenni, fino al giorno in cui la scossa è stata quella sbagliata.

Come faccio a sapere se travi e tegoli del mio capannone sono solo appoggiati?

A occhio, dal pavimento, è quasi impossibile dirlo. Serve un sopralluogo tecnico che esamini i nodi: è la prima cosa che guardiamo durante lo screening gratuito.

Mettere in sicurezza i nodi significa fermare la produzione?

Nella maggior parte dei casi no: gli interventi sui collegamenti dei prefabbricati si eseguono di norma senza fermare l’attività, ed è uno dei motivi per cui conviene farli prima, e non dopo, un terremoto.

Guarda i tuoi nodi prima che li guardi il terremoto

I punti deboli dei capannoni prefabbricati sono noti, ricorrenti e verificabili. Non serve vivere nell’ansia: serve un dato.

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