Vetri che cadono durante il terremoto: la sicurezza sismica degli elementi secondari sulle vie di fuga

Vetri che cadono durante il terremoto: la sicurezza sismica degli elementi secondari sulle vie di fuga

Immagina la scena. La terra inizia a tremare, l’allarme suona, e i tuoi dipendenti fanno esattamente quello per cui li hai addestrati: si dirigono verso l’uscita seguendo la via di fuga che hai indicato nel piano di emergenza. Ed è proprio lì, sopra le loro teste, che le grandi vetrate della facciata si infrangono e piovono verso il basso. In un terremoto la struttura può reggere benissimo, ma è la sicurezza sismica degli elementi secondari a decidere se le persone arrivano intere all’uscita. È un pericolo che quasi nessuno mette in conto, e che colpisce nel momento più delicato di tutti: l’esodo.

Cosa sono gli “elementi secondari” (e perché di secondario non hanno nulla)

Le NTC 2018 li chiamano elementi non strutturali, o secondari: è tutto ciò che non regge l’edificio ma ne fa parte. Tamponamenti, tramezzi, controsoffitti, impianti, e naturalmente i serramenti e le vetrate. Sono “secondari” solo nel nome. In un sisma diventano proiettili: un pannello che si ribalta fuori piano, un controsoffitto che precipita, una vetrata che esplode possono ferire o uccidere anche quando travi e pilastri non hanno un solo graffio.

Qui sta il punto che sfugge a tanti imprenditori. Si pensa al terremoto come al crollo del capannone, alla struttura che cede. Ma la maggior parte dei feriti, nei sismi reali, non è schiacciata dal crollo dell’edificio: è colpita da ciò che cade, si stacca o si rovescia. E non è un dettaglio marginale nemmeno sul piano economico: in un edificio gran parte del valore, e dei danni che un terremoto lascia dietro di sé, sta proprio negli elementi non strutturali, non nelle travi e nei pilastri. Ed è per questo che la sicurezza sismica degli elementi secondari non è un dettaglio da ingegneri pignoli, è una questione di incolumità delle persone.

Il vetro che cade dall’alto: il pericolo numero uno durante l’esodo

Le finestre e le vetrate di un capannone sono spesso grandi, a nastro, poste in alto lungo le pareti. In un sisma il telaio si deforma insieme alla struttura, il vetro non segue quella deformazione e si frantuma. E quando un vetro si rompe a diversi metri di altezza, i frammenti non restano sul posto: cadono verso il basso, si diffondono, colpiscono chi passa sotto.

Adesso sovrapponi due cose. Da un lato, quel vetro che cade dall’alto. Dall’altro, l’operatore che in quel preciso istante sta percorrendo la via di uscita, a testa bassa, di corsa, spinto dalla paura. Il rapporto tra i due è il cuore del problema: la persona più esposta è proprio quella che sta facendo la cosa giusta, cioè scappare lungo il percorso che tu hai definito sicuro. Un frammento di vetro che arriva da sopra, su un corpo in movimento verso l’uscita, può trasformare una via di fuga in una trappola.

Il paradosso: la via che credi sicura può essere la più esposta

Il piano di emergenza ed evacuazione individua alcuni percorsi come vie preliminari e prioritarie per abbandonare il luogo di lavoro. Sono le strade che, in caso di allarme, tutti devono seguire. Il problema è come vengono scelte: quasi sempre per lunghezza, larghezza e distanza dall’uscita. Quasi mai per quello che c’è sopra la testa di chi le percorre.

Così succede l’assurdo. La via che indichi come la più sicura è quella lungo cui hai concentrato più persone, e se quella via corre sotto o accanto a vetrate e tamponamenti non messi in sicurezza, hai canalizzato tutto il personale dentro la zona più pericolosa dell’edificio. La sicurezza sismica degli elementi secondari va quindi ragionata insieme al percorso di esodo, non come due mondi separati.

Cosa dice la normativa, e perché ti riguarda due volte

Su questo tema sei obbligato su due fronti che si sommano.

Il primo è tecnico. Le NTC 2018, al paragrafo 7.2.3, chiedono che gli elementi non strutturali e i loro collegamenti siano verificati rispetto all’azione sismica: non devono staccarsi, ribaltarsi o cadere, e soprattutto non devono compromettere le vie di esodo. Non è un consiglio, è una richiesta esplicita della norma.

Il secondo è la sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro deve garantire vie e uscite di emergenza sgombre e sicure, e deve predisporre il piano di emergenza. Se quel piano manda le persone sotto una vetrata che con un sisma diventa una pioggia di schegge, la via di esodo sicura non è sicura per niente. È esattamente il tipo di rischio che una seria valutazione del rischio sismico deve far emergere prima, non dopo il terremoto.

Sicurezza sismica degli elementi secondari: come si fa, in concreto

La buona notizia è che intervenire sugli elementi secondari è molto meno invasivo che rinforzare la struttura, e si fa senza fermare la produzione. I fronti principali sono questi.

Sui vetri, si lavora perché il vetro, rompendosi, non si trasformi in schegge che volano. Si usano pellicole di sicurezza applicate sul vetro esistente, oppure si sostituiscono i vetri critici con vetri stratificati, che trattengono i frammenti anche quando si rompono. In parallelo si verifica l’ancoraggio dei serramenti al loro contorno.

Sui tamponamenti e i pannelli, si aggiungono i vincoli che ne impediscono il ribaltamento fuori piano verso l’esterno o verso l’interno. Su controsoffitti e impianti pesanti, si aggiungono i ritegni che evitano la caduta. Ogni elemento va collegato in modo che segua la struttura senza staccarsene.

Ma il vero salto di qualità è mappare questi pericoli lungo le vie di fuga. Non basta mettere in sicurezza i vetri “in generale”: bisogna guardare esattamente cosa sovrasta i percorsi di esodo indicati nel piano di emergenza, e dare priorità a quelli. In pratica, lungo ogni via di fuga vanno controllati uno per uno i punti critici sopra la testa: le vetrate e le finestre a nastro, i pannelli di tamponamento, i controsoffitti, i corpi illuminanti sospesi, le canaline e gli impianti appesi, e le scaffalature che affiancano il percorso. La sicurezza sismica degli elementi secondari diventa così parte integrante del piano di emergenza, e non un capitolo a parte.

La diagnosi viene prima: dove guardare davvero

Tutto questo si vede solo se qualcuno va a guardare con l’occhio giusto. Un rilievo accurato fa due cose insieme: fotografa la struttura e mappa i percorsi di esodo, evidenziando quali vetrate, tamponamenti e controsoffitti si affacciano proprio sulle vie di fuga. È da qui che parte una messa in sicurezza sensata, che protegge le persone dove serve davvero. Uno screening preliminare gratuito è già sufficiente a capire se il tuo capannone ha questo problema.

In sintesi

In un terremoto la struttura può anche reggere, ma sono gli elementi secondari a decidere se le persone si salvano. I vetri che cadono dall’alto lungo le vie di fuga sono il pericolo più sottovalutato dell’esodo: colpiscono chi sta scappando, proprio dove il piano di emergenza concentra il personale. La sicurezza sismica degli elementi secondari, dai vetri stratificati all’ancoraggio dei tamponamenti, va progettata insieme ai percorsi di esodo, ed è richiesta sia dalle NTC 2018 sia dalla sicurezza sul lavoro. Costa poco, non ferma la produzione, e protegge le persone nel momento in cui sono più esposte.

Prima la diagnosi, poi le scelte

Se non sai cosa c’è sopra le vie di fuga del tuo capannone, non lo sa nemmeno chi ci lavora. Facciamo la diagnosi prima che sia il terremoto a farla al posto tuo. Chiama il Numero Verde 800 033 786 o richiedi lo screening gratuito: guardiamo insieme la tua struttura e le tue vie di esodo, e ti diciamo con chiarezza dove intervenire.

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