Vulnerabilità sismica del capannone: la lezione delle due pile identiche

Vulnerabilità sismica del capannone: la lezione delle due pile identiche

Stamattina ero in un centro commerciale e la chiave dell’automobile ha smesso di funzionare. Pila scarica. Ho comprato la pila di ricambio lì dentro, ho aperto il guscio della chiave, ho tolto quella vecchia e me la sono ritrovata in mano insieme a quella nuova. Cinque minuti dopo, quella scena banale mi aveva spiegato la vulnerabilità sismica di un capannone meglio di tante relazioni tecniche.

A quel punto è successa una cosa banale e istruttiva: non ero più capace di dire quale fosse quale. Erano identiche. Stessa forma, stesso colore, stessa scritta, nessun segno, nessuna ammaccatura. Una però era piena di energia e l’altra era morta.

Sarebbero bastati tre secondi con un tester per saperlo, ma lì un tester non ce l’avevo. Così ho fatto quello che facciamo tutti quando manca lo strumento: ho aggirato il problema. Nella confezione c’era una seconda pila, quella di sicuro era carica, ho montato quella e ho rimandato la misura a data da destinarsi.

Mentre chiudevo il guscio della chiave, in piedi dentro quel centro commerciale, mi sono accorto che la stessa scena stava andando in onda a una scala molto più grande, sopra la mia testa. Perché la vulnerabilità sismica di un edificio non si vede da fuori, esattamente come la carica di una pila non si vede dall’involucro. Nessuna delle centinaia di persone che stavano facendo la spesa lì dentro, io compreso, aveva il minimo elemento per dire se quella struttura fosse la pila carica o quella scarica. E lo stesso vale, ogni giorno, per chi entra a lavorare in un capannone.

E qui sta il punto che mi ha fatto scrivere questo articolo. Io ho potuto rimandare la misura perché avevo una via d’uscita in mano: la seconda pila della confezione, quella sicuramente carica. Con un capannone la seconda pila non esiste. Non c’è un edificio di riserva da montare al posto di quello, non c’è una confezione da cui estrarre la struttura buona il giorno della scossa. C’è quello che hai, e fa quello che sa fare, in un momento che decide il terremoto e non tu.

Rimandare la misura su una pila da pochi euro non costa niente. Rimandarla sul capannone significa scommettere, senza saperlo, che quella carica ci sia.

Due oggetti identici, due comportamenti opposti

Prendi due capannoni prefabbricati costruiti nello stesso anno, nello stesso distretto, con lo stesso disegno. Stessa altezza, stessi pilastri, stessa copertura, tinteggiatura fresca su tutti e due, piazzale in ordine, uffici rifatti.

Il primo ha i collegamenti tra trave e pilastro realizzati con dispositivi progettati per il terremoto. Il secondo ha le travi semplicemente appoggiate sui pilastri, tenute ferme dall’attrito, come si costruiva normalmente per decenni.

Davanti a una scossa quei due edifici fanno due cose diverse. Uno resta in piedi, l’altro può perdere gli appoggi e scaricare la copertura all’interno. Da fuori, però, sono la stessa foto. E la differenza, sul piazzale, non la vede nessuno: non la vede il titolare, non la vede il cliente in visita, non la vede il dipendente che ci lavora dentro da vent’anni. Questa è la vulnerabilità sismica del capannone: una condizione che esiste, pesa e non si presenta a chi guarda.

Quello che rende bello un capannone e quello che lo tiene in piedi sono due cose diverse

È qui che nasce l’equivoco. Quando guardiamo un edificio giudichiamo quello che si vede, e quello che si vede è la finitura: intonaco, pannelli, serramenti, insegna, illuminazione, pavimento industriale lucido.

La sicurezza sismica sta invece dove non guarda nessuno:

  • nei nodi tra trave e pilastro, cioè nei pochi centimetri di appoggio che tengono insieme lo scheletro dell’edificio;
  • negli attacchi dei pannelli di tamponamento, spesso staffe pensate per reggere il peso, non per resistere alla spinta orizzontale;
  • nei collegamenti dei tegoli di copertura;
  • nelle scaffalature alte, quasi mai ancorate e controventate come si dovrebbe;
  • negli elementi appesi: controsoffitti, corpi illuminanti, canalizzazioni, insegne interne.

Nessuna di queste cose peggiora l’aspetto del capannone. Nessuna di queste cose si nota entrando. Sono tutte, esattamente, la carica della pila: invisibile finché non serve.

E c’è un dettaglio che rende il paragone ancora più fedele. La pila scarica non è rotta, funziona benissimo per tutto il resto del tempo: sta nel vano, non perde, non sporca. Fallisce solo nell’unico momento in cui la stai usando per davvero. Un capannone vulnerabile lavora bene per trent’anni. Poi arriva la scossa, che è il momento in cui gli chiedi di fare il suo mestiere.

I quattro tester sbagliati

L’errore non è non sapere. L’errore è credere di sapere, perché si è usato uno strumento che misura un’altra cosa. Questi sono i quattro che sentiamo più spesso.

“È nuovo, quindi è a posto.” Le regole antisismiche per le costruzioni sono cambiate più volte, e molti comuni oggi sono classificati in una zona sismica diversa da quella in cui erano quando l’edificio è stato progettato. Un capannone recente parte avvantaggiato, non assolto. Ne abbiamo scritto nella guida alla classificazione sismica dei comuni.

“Ho l’agibilità e il collaudo statico.” Sono documenti veri e importanti, che però certificano la conformità alle norme in vigore quando l’edificio è stato costruito. Non sono una verifica di sicurezza sismica secondo le norme tecniche di oggi, e non dicono come si comporterebbe la struttura sotto la scossa attesa in quel punto d’Italia. Su cosa dice davvero il certificato di agibilità in chiave sismica abbiamo scritto una guida a parte.

“L’ha costruito una ditta seria.” Probabile, e non c’entra. La ditta ha costruito bene ciò che il progetto dell’epoca prevedeva. Se in quel progetto il collegamento meccanico tra trave e pilastro non era richiesto, quel collegamento non c’è, per quanto seria fosse l’impresa.

“Il terremoto l’abbiamo già passato e non è successo niente.” È il tester più ingannevole di tutti. Una scossa moderata non è una prova di carico: dice soltanto che quella volta l’energia che è arrivata era inferiore a quella che serve per far cedere gli appoggi. In Emilia, nel 2012, molti capannoni erano rimasti in piedi il 20 maggio ed erano ancora identici a prima. Sono caduti il 29. Il bilancio complessivo di quella sequenza è stato di 28 vittime, oltre 13,2 miliardi di euro di danni e circa 13.000 attività produttive coinvolte.

Il centro commerciale è la pila più bella di tutte

Torniamo al posto dove è cominciata questa storia, perché non è un dettaglio di colore. Se il paragone vale per il capannone industriale, per il retail vale al quadrato.

Un centro commerciale, un supermercato o un grande punto vendita è, dal punto di vista strutturale, quasi sempre un capannone: grandi luci, prefabbricato o struttura metallica, coperture leggere. Sopra a quello scheletro, però, c’è il livello di finitura più alto che esista in un edificio d’impresa: pavimenti lucidi, vetrate, controsoffitti continui, insegne luminose, arredi curati, tutto perfettamente pulito ogni mattina.

Il visitatore legge quella cura come una promessa di sicurezza. Ci entra con i figli e con i genitori anziani, cammina sotto una copertura di cui non sa nulla, e non ha nessuno strumento per distinguere la pila carica da quella scarica. Nella percezione del pubblico, bello e curato vuol dire sicuro. Nella fisica di un terremoto non vuol dire niente.

Anzi, c’è un rovescio della medaglia che vale la pena dire con franchezza: molta di quella bellezza è massa appesa. Controsoffitti, corpi illuminanti, pannelli decorativi, vetrine, insegne sospese e scaffalature cariche sono tra i primi elementi a cadere, e cadono su una folla di persone che non conosce l’edificio, non sa dove sono le uscite e non ha mai fatto una prova di evacuazione lì dentro. In un capannone produttivo le persone presenti sono poche e formate. In una galleria commerciale di sabato pomeriggio no.

Ed è qui che la mia mattinata diventa una domanda seria. Sulla chiave dell’auto il dubbio l’ho chiuso in un cassetto perché avevo la seconda pila. Sull’edificio in cui ero, e in cui erano tutte quelle persone, la seconda pila non ce l’aveva nessuno. Con una differenza importante: io lì dentro ero solo di passaggio, mentre chi quel centro commerciale lo possiede o lo gestisce la misura può farla, e il dovere di farla ce l’ha lui.

Chi gestisce quegli spazi, tra l’altro, ha sul rischio sismico gli stessi obblighi e le stesse responsabilità di un imprenditore industriale, perché la tutela delle norme di sicurezza si estende anche ai clienti presenti nel luogo di lavoro, che la giurisprudenza considera esposti al rischio alla stregua di chi ci lavora.

Il tester esiste: la vulnerabilità sismica del capannone si misura

Qui finisce la parte scomoda e comincia quella utile. Perché il tester, per gli edifici, esiste.

La verifica di vulnerabilità sismica del capannone è la misura che dice come si comporta davvero quella struttura: si parte dalla conoscenza dell’edificio (documenti, rilievo geometrico, indagini sui materiali dove servono), si ricostruisce il modello di calcolo e si confronta ciò che la struttura è in grado di sopportare con ciò che il terremoto atteso in quel punto le chiederebbe.

Il risultato non è un’opinione, è un rapporto tra due numeri, l’indice di sicurezza. Sotto 1 significa che la domanda supera la capacità, e più il valore è basso più la struttura è lontana dal traguardo. Da lì si capisce anche una cosa che agli imprenditori interessa parecchio: quali sono i pochi punti che stanno abbassando quel numero, perché quasi sempre non è tutto l’edificio a essere debole, sono i collegamenti.

È lo stesso ragionamento del tester sulla pila. Non serve una discussione, serve una misura.

Se il tester non lo prendi tu, lo prende qualcun altro

Fino a qualche anno fa si poteva rimandare, perché nessuno chiedeva niente. Oggi il numero sulla vulnerabilità sismica del tuo capannone lo sta misurando qualcun altro, e non lo fa nel tuo interesse.

La compagnia di assicurazione. La legge che ha reso obbligatoria la copertura contro le catastrofi naturali stabilisce che il premio sia proporzionale al rischio, calcolato sull’ubicazione e sulla vulnerabilità dei beni assicurati. Tradotto: la misura la fanno loro, ogni anno, e te la presentano in fattura.

Chi compra, chi entra nel capitale, chi finanzia. Nelle trattative di cessione e nelle operazioni immobiliari la verifica sismica è ormai un capitolo ordinario della due diligence tecnica. Se il numero lo porta il compratore, diventa uno sconto sul prezzo. Se lo porti tu, con il progetto di intervento in mano, diventa una condizione da negoziare.

Chi prende in affitto. Le aziende strutturate, prima di firmare per un capannone, chiedono documentazione sulla sicurezza. Un immobile senza carte è un immobile che si affitta peggio.

Il magistrato, dopo. È l’ipotesi che nessuno vuole nominare, ed è quella in cui la misura arriva comunque, fatta da un consulente tecnico, su una struttura che non c’è più.

In tutti e quattro i casi la domanda è la stessa: chi scrive per primo il numero sulla tua struttura? Perché chi lo scrive per primo decide anche cosa farne.

E in tutti e quattro i casi vale la regola della confezione. Rimandare si può, finché hai una seconda pila da montare: sulla chiave dell’auto ce l’avevo, sul capannone non ce l’ha nessuno. Rimandare la misura non congela il rischio, sposta soltanto la mano che la farà, e nel frattempo quella mano diventa quella dell’assicuratore, dell’acquirente o, nel caso peggiore, di un consulente del tribunale.

Cosa fare, in pratica

Il percorso è breve e ha un ordine preciso.

  1. 1. Misura. Conoscere la vulnerabilità sismica del capannone è il passaggio che rende possibile ogni decisione successiva, tecnica, assicurativa ed economica.
  2. 2. Intervieni sui punti che contano. Quasi sempre sono i nodi: i collegamenti tra gli elementi prefabbricati, gli attacchi dei pannelli, gli ancoraggi degli elementi non strutturali. Noi lavoriamo con dispositivi antisismici certificati secondo la norma europea di riferimento, montati sui nodi dell’edificio esistente, senza toccare le fondamenta: niente scavi, niente demolizioni, e la produzione continua. Si fora con aspirazione e si monta a secco, quindi niente polvere diffusa nei reparti e niente macerie da smaltire, cosa che in alimentare, farmaceutico ed elettronica pesa quanto il costo dell’intervento.
  3. 3. Tieni le carte. Perizia, progetto e certificazioni dei dispositivi sono i documenti con cui ti presenti all’assicuratore, al compratore, all’inquilino e, se serve, a un giudice.

Il primo passo lo facciamo noi, gratuitamente. Lo screening sismico è la nostra versione del tester: un ingegnere guarda il tuo capannone, individua i punti critici della struttura e ti restituisce una fotografia chiara di dove sei messo, senza impegno e senza costi.

Richiedi ora lo screening sismico gratuito del tuo capannone o del tuo punto vendita: in tre minuti prenoti la misura che ti dice se stai tenendo in mano la pila carica o quella scarica. Perché quella confezione con la pila di scorta, sul tuo edificio, non c’è.

In sintesi

  • Due capannoni identici a vedersi possono comportarsi in modo opposto sotto una scossa: la differenza sta nei collegamenti, che non si vedono.
  • La finitura racconta la cura dell’immagine, non la vulnerabilità sismica del capannone.
  • Agibilità, collaudo statico, età recente e scosse già passate non sono verifiche di sicurezza sismica.
  • Nel retail il problema si amplifica: edificio con la stessa struttura, pubblico numeroso e non formato, e molta massa appesa sopra la testa delle persone.
  • La verifica di vulnerabilità sismica dà un numero e indica i punti deboli. Se non lo misuri tu, lo misurano assicurazione, acquirenti e inquilini al posto tuo.
  • Con una pila si può rimandare la misura, perché nella confezione ce n’è una seconda. Con un capannone quella seconda pila non esiste: c’è solo la struttura che hai, e risponde quando decide il terremoto.

Domande frequenti

Si può capire a occhio se un capannone è sicuro?

No. La vulnerabilità sismica di un capannone dipende dai collegamenti tra gli elementi strutturali e dagli ancoraggi, cioè da dettagli che stanno in alto, dietro i pannelli e dentro i nodi. L’aspetto esterno non ne dà alcuna indicazione.

Il collaudo statico non basta come garanzia?

Il collaudo attesta la conformità dell’opera al progetto e alle norme del tempo in cui è stata realizzata. Non è una verifica di vulnerabilità sismica secondo le norme tecniche attuali e non considera la classificazione sismica aggiornata del comune.

Il mio capannone ha già superato un terremoto, non è una prova?

Non lo è. Significa solo che quella scossa era meno forte di quella che avrebbe fatto cedere gli appoggi. Nel 2012 in Emilia molti edifici rimasti intatti alla prima scossa sono crollati nella seconda.

Un centro commerciale ha regole diverse da una fabbrica?

Sul piano strutturale no: le norme tecniche sulle costruzioni sono le stesse. In più, chi gestisce lo spazio risponde della sicurezza anche verso i clienti presenti, che la giurisprudenza tutela alla stregua dei lavoratori esposti al rischio.

Quanto dura la verifica e cosa serve per iniziare?

Per lo screening gratuito bastano i dati dell’edificio e un sopralluogo. La verifica di vulnerabilità sismica completa del capannone richiede i documenti disponibili, il rilievo e, nei casi complessi, indagini sui materiali. Nella maggior parte dei casi si svolge senza fermare l’attività.

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