Il rischio sismico dei macchinari, delle incastellature e delle scaffalature: il terremoto non danneggia solo il capannone

Chiudi gli occhi e immagina il tuo capannone il giorno dopo una scossa seria. Se sei come la maggior parte degli imprenditori hai appena immaginato i pilastri, le travi, magari una crepa sul tamponamento. Molto probabilmente non hai immaginato la scena che i tecnici trovano più spesso: la struttura in piedi e dentro il disastro. Scaffalature ribaltate con la merce sparsa ovunque, una macchina utensile fuori posto, un soppalco metallico che si è storto e ha piegato le tubazioni che ci passavano sopra. È il rischio sismico dei macchinari e di tutto quello che il capannone contiene, il grande dimenticato della sicurezza aziendale.
Ed è un errore che si paga due volte: perché quello che c’è dentro può fare male alle persone, e perché è quello che c’è dentro a far girare l’azienda. Un capannone integro con la produzione ferma è un’azienda ferma.
Ne parlavamo già nel 2018, e il problema è ancora lì
Nel 2018 ne discutevo con Claudio Delaini, che di mestiere si occupa di sicurezza dei macchinari e di marcatura CE: due sguardi diversi sullo stesso problema, il mio dalla struttura verso il contenuto, il suo dal macchinario verso ciò che gli sta intorno. Ne erano uscite due conversazioni brevi che dicono, in un paio di minuti, quello che questo articolo sviluppa per intero.
Sono passati anni, le norme si sono affinate, e nei capannoni che visitiamo la situazione è quasi sempre quella di allora.
Il rischio sismico dei macchinari e degli altri due inquilini fragili del capannone
Dentro un capannone industriale le azioni sismiche trovano tre famiglie di bersagli, e ognuna cede a modo suo.
1. Le macchine, soprattutto le più vecchie
Una macchina utensile moderna nasce con il suo manuale, i suoi punti di ancoraggio, le sue prescrizioni di installazione. Una macchina degli anni ’80 o ’90, spesso, è appoggiata al pavimento e tenuta ferma dal suo stesso peso. Finché il pavimento sta fermo, funziona. Quando il pavimento accelera, quella massa da tonnellate diventa un corpo libero: si sposta, ruota, trancia i cavi e le tubazioni che la alimentano, e nel caso peggiore si ribalta.
Questo lo so anche da un altro lato del tavolo. Guido un’officina di meccanica di precisione, e una macchina utensile di quelle serie non si appoggia: si posa su piedini regolati al decimo di millimetro, in bolla, e da lì non deve muoversi. Una macchina che durante una scossa si è spostata anche di pochi millimetri non è più la macchina di prima: guide fuori squadra, basamento da rimettere in bolla, sicurezze da ricontrollare. Anche senza un graffio visibile, riavviarla come se niente fosse è un azzardo, e il fermo per le verifiche è produzione persa.
2. Le incastellature e i soppalchi metallici
In quasi ogni fabbrica con qualche decennio di storia ci sono strutture metalliche cresciute a strati. Il soppalco portaimpianti saldato in economia negli anni ’70, l’incastellatura che regge il silo, la passerella aggiunta quando è arrivata la linea nuova. Fatte da bravi fabbri, spesso. Ma quasi mai calcolate per le azioni sismiche, e quasi mai documentate: di molte non esiste un disegno, figuriamoci una verifica.
Il punto delicato è che queste strutture stanno in mezzo. Sono troppo “impianto” per essere state considerate nella verifica dell’edificio, e troppo “struttura” per essere coperte dal manuale di una macchina. Così restano fuori da tutto, con carichi veri sopra e persone vere sotto.
3. Le scaffalature cariche
Una scaffalatura portapallet industriale carica è, a tutti gli effetti, una struttura snella con decine di tonnellate in quota. Non è una macchina e non è un’attrezzatura: è una struttura, e va trattata da struttura. Per le scaffalature esiste una norma tecnica di progetto sismico, la UNI EN 16681, e dal 2023 ci sono le linee guida del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, con criteri precisi di calcolo e di ancoraggio. Nella pratica incontriamo in continuazione scaffalature mai ancorate, ancorate male, o modificate nel tempo, un montante sostituito qui e un livello aggiunto là, senza che nessuno abbia mai rifatto i conti.
Quando una scaffalatura carica si ribalta non fa danni: fa strage. Travolge quello che ha accanto, spesso in un effetto domino con le file vicine, e blocca le vie di fuga proprio nel momento in cui le persone stanno scappando. Per il datore di lavoro, che di quella merce in quota risponde anche ai sensi del D.Lgs. 81/2008, non è un dettaglio da magazzino: è un capitolo del documento di valutazione dei rischi, e lo abbiamo spiegato nel pezzo sul rischio sismico nel DVR.
Il contenuto non si ancora mai alla struttura
A questo punto la tentazione è: “bene, chiamo il fornitore delle scaffalature e faccio mettere due tasselli”. Fermati un attimo, perché su questo circola un consiglio sbagliato, e lo trovi scritto quasi ovunque: “ancorare macchinari e scaffalature al pavimento o alle strutture portanti”.
Al pavimento sì. Alle strutture portanti mai. Durante la scossa la struttura del capannone ha spostamenti suoi, diversi da quelli di ciò che sta a terra: un vincolo al pilastro o al pannello di tamponamento non trattiene la scaffalatura, la strappa, e intanto scarica sulla struttura azioni che nessuno ha mai messo in conto. Gli ancoraggi del contenuto si fanno a terra, e si progettano.
Prima la scatola, poi il contenuto
C’è una seconda cosa da sapere, ed è il motivo per cui questo articolo lo trovi qui e non sul sito di un produttore di scaffali. Anche l’ancoraggio a terra fatto a regola d’arte non serve a niente se la scatola crolla addosso al contenuto. Nei capannoni prefabbricati il punto dove si decide tutto è quasi sempre lo stesso: i collegamenti fra travi e pilastri, i nodi. È lì che nel 2012 in Emilia si sono giocate le sorti di centinaia di aziende, ed è lì che si interviene, rinforzando i nodi senza toccare le fondamenta e, di norma, senza fermare la produzione.
Messa in sicurezza la scatola, proteggere il contenuto diventa un lavoro che ha senso: ancoraggi dei macchinari fatti con criterio, incastellature verificate o rinforzate, scaffalature controllate secondo la norma di settore. È la stessa logica a catena che vale per gli impianti. Ne abbiamo scritto per i serbatoi e le tubazioni e per gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante, e il principio non cambia. Nessun accorgimento sul contenuto regge se l’edificio viene giù.
Le domande che arrivano a questo punto
Le scaffalature antisismiche sono obbligatorie? Non esiste una legge che dica “in zona 2 le scaffalature devono essere antisismiche”. Esistono le norme tecniche di progetto e l’obbligo del datore di lavoro di valutare tutti i rischi del luogo di lavoro, scaffalature cariche comprese (D.Lgs. 81/2008, articolo 28). E “antisismica” non è una proprietà scritta su un’etichetta: è una verifica. Le domande giuste al fornitore sono per quale spettro è stata verificata, con quali carichi, se gli ancoraggi sono dimensionati per le azioni sismiche di progetto, e se esiste una relazione di calcolo firmata da un tecnico abilitato. Se nel tuo DVR le scaffalature non compaiono, il problema non è la zona sismica: è il DVR.
Quali norme regolano le scaffalature in azienda? Per il progetto sismico la UNI EN 16681 e le linee guida del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici del giugno 2023, che chiedono fra l’altro il collaudo statico e gli ancoraggi dimensionati sull’azione sismica; per l’uso e la manutenzione la UNI EN 15635, con ispezioni periodiche e una persona responsabile della sicurezza delle scaffalature. Nessuna di queste dice come si comporta il capannone che le contiene: quello è un altro documento, e viene prima.
Sono in zona sismica 3: mi riguarda? Sì. La zona sismica dice quanto forte può scuotere il terreno, non se una scaffalatura carica e mai ancorata resta in piedi. Una scaffalatura alta sei metri con dieci tonnellate in quota non resta in piedi per abitudine: se regge lo dice una verifica sui carichi reali e sugli ancoraggi, non la zona.
Da dove si comincia: guardare, prima di spendere
La buona notizia è che il primo passo non costa niente e non richiede di fermare nessuno. Il nostro screening sismico gratuito si fa da remoto, sui documenti e sulle fotografie guidate del capannone che ci mandi tu. E nelle foto, insieme ai pilastri e alle travi, si vede anche il resto: la scaffalatura mai ancorata, l’incastellatura aggiunta negli anni, la macchina appoggiata. Il report scritto e firmato da un nostro strutturista mette in fila i punti deboli, della struttura e di quello che contiene, in ordine di priorità.
Poi, se il quadro lo richiede, si passa alla valutazione del rischio sismico vera e propria, sul posto, con i rilievi e i calcoli. Quello è un incarico professionale a pagamento, ed è la ragione per cui la nostra diagnosi non è mai la scusa per venderti qualcosa.
Il tuo capannone contiene la tua azienda. Richiedi ora lo screening gratuito: scopri cosa rischia la struttura, e cosa rischia tutto quello che ci lavora dentro.
Sei un tecnico e i controlli sulle scaffalature li fai per mestiere? La rete cerca rilevatori del rischio sismico sul territorio.