Incamiciatura dei pilastri: perché è finita nel preventivo del tuo capannone

Nel preventivo per la messa in sicurezza del capannone c’è una voce che non ti aspettavi: incamiciatura dei pilastri. Tu avevi chiesto di sistemare i collegamenti fra travi e pilastri, e ti ritrovi con casseri, getti e settimane di cantiere intorno alle colonne. Come mai?
La risposta sta in una scelta fatta prima del preventivo, a tavolino, e riguarda il modo in cui si è deciso di collegare la copertura ai pilastri. Vediamo da dove nasce quella voce, quando è giustificata e perché, con un’altra impostazione, in molti casi non c’è.
Cos’è l’incamiciatura dei pilastri e cosa comporta in cantiere
L’incamiciatura dei pilastri, che in molti preventivi trovi scritta come “ringrosso dei pilastri”, consiste nell’aumentare la sezione di un pilastro esistente. Si scarifica il copriferro e si aggiunge una gabbia di armatura, collegata al pilastro vecchio con ancoranti. Poi si mette il materiale nuovo, in due modi: si casserano le facce e si getta calcestruzzo o una malta ad alte prestazioni, oppure si applica a spruzzo un betoncino fibrorinforzato, senza casseri, in spessori più sottili. Il pilastro cresce di qualche centimetro per lato e diventa più resistente.
La Circolare applicativa delle NTC 2018 tratta l’incamiciatura in calcestruzzo armato fra gli interventi sugli elementi esistenti (Circolare 21 gennaio 2019 n. 7, § C8.7.4.2.1).
Sulla carta è una tecnica collaudata, e per gli edifici in calcestruzzo armato gettato in opera è spesso la strada giusta. Dentro un capannone in produzione ha però un conto che il preventivo non racconta per intero, e lo vediamo fra poco. C’è poi un effetto a catena: un pilastro più forte scarica più azioni sulla fondazione, quindi la verifica scende fino al bicchiere. Ci si ritrova a lavorare sulle fondamenta di un edificio che doveva restare in produzione.
Polvere e fermo azienda: il conto vero dell’incamiciatura dei pilastri
C’è una parte dell’incamiciatura dei pilastri che nel preventivo occupa una riga e in azienda occupa settimane. Vale la pena guardarla da vicino, perché è quella che paghi due volte: una all’impresa, una in produzione ferma.
Il primo giorno di cantiere si scarifica il copriferro. Vuol dire martelli e frese sul calcestruzzo, e una polvere fine che non resta intorno al pilastro: entra nei macchinari, si posa sulla merce, sugli scaffali e su tutto quello che non hai portato via. Se lavori nell’alimentare, nel farmaceutico, nell’elettronica o hai merce esposta in logistica, quella polvere non è un fastidio, è un problema di prodotto. Poi ci sono le macerie da raccogliere e da portare fuori, con i mezzi che entrano ed escono dal reparto.
Il secondo passaggio è il materiale nuovo, e qui le strade sono due. Con i casseri e il getto, intorno a ogni pilastro serve un’area libera per lavorare, e quell’area resta occupata finché il getto non ha maturato. Con il betoncino a spruzzo si risparmiano i casseri, ma si spruzza: una parte del materiale rimbalza sul pilastro e finisce a terra e intorno, e gli schizzi arrivano dove arriva la lancia, quindi tutto quello che sta nel raggio va coperto o portato via. Se prima avevi la polvere della scarifica, adesso hai la malta.
In entrambi i casi gli scaffali addossati alle colonne vanno spostati, i percorsi dei carrelli si interrompono e le macchine vicine ai pilastri si fermano o si spostano. Se il rinforzo parte dalla base, il pavimento intorno al plinto si apre e si richiude dopo, con un’altra attesa.
Il risultato è che l’incamiciatura dei pilastri, moltiplicata per tutti i pilastri in preventivo, si fa quasi sempre a capannone svuotato, o almeno a reparti fermi a turno. È il costo che nessuno scrive sotto la voce, e che decide più del prezzo al metro. Ci è capitato di sentirlo dire da un cliente di un grande gruppo: prima di conoscere il nostro metodo era pronto a rifare l’intero tetto, con un costo e un disagio che lui stesso definiva incalcolabili.
Il cantiere sui nodi è di un’altra natura. Si fora con aspirazione e si monta a secco: niente polvere diffusa, niente macerie, niente capannone da svuotare. Si delimitano le aree sotto i nodi in lavorazione e si passa al nodo successivo, mentre il resto della produzione continua. Il rumore della foratura c’è, e non promettiamo il silenzio. Promettiamo che il giorno dopo la merce è pulita e le macchine sono dove le hai lasciate.
Da dove nasce l’incamiciatura dei pilastri nei capannoni prefabbricati
Nella maggior parte dei casi, la voce non nasce da un difetto del pilastro. Nasce dal tipo di collegamento scelto per la copertura.
Un pilastro di capannone prefabbricato è una mensola infilata nel bicchiere di fondazione, con sopra la trave e i tegoli. Quando la terra si muove, la massa della copertura spinge in orizzontale sulla testa del pilastro, e alla base quella spinta pesa tanto più quanto più il pilastro è alto. Chi ha progettato quel pilastro, quando il capannone è stato costruito, lo ha verificato per il vento e per le regole di allora, che chiedevano molto meno di quelle di oggi.
Se oggi colleghi la trave al pilastro con un vincolo rigido, una piastra o una barra passante, il collegamento fa il suo mestiere: tiene la trave. Ma tutta l’azione sismica che il collegamento trattiene passa intera nel pilastro, e il calcolo alla base non torna più. A quel punto il progettista ha una sola strada: rinforzare il pilastro. Ecco l’incamiciatura dei pilastri. Lo stesso vale quando si rendono solidali corpi di fabbrica diversi con dispositivi che li bloccano insieme sotto sisma: il nuovo insieme è più rigido, le azioni si concentrano su alcuni pilastri e quelli vanno ingrossati.
È la stessa logica di cui abbiamo parlato nell’articolo sui nodi del capannone prefabbricato: irrigidire un nodo senza governare le azioni sposta il problema sul punto debole successivo. Con le piastre, il punto debole successivo è la base del pilastro. L’incamiciatura dei pilastri, in questi preventivi, è il rimedio a un problema creato dal collegamento scelto una riga più sopra.
L’altra strada: limitare le azioni prima che arrivino al pilastro
Le automobili moderne hanno una parte anteriore fatta apposta per deformarsi: assorbe l’urto perché all’abitacolo arrivi il meno possibile. Nessuno risolve la sicurezza dei passeggeri facendo l’abitacolo più spesso.
Sul capannone il ragionamento è lo stesso. Un dissipatore montato sul nodo trave-pilastro trattiene la trave, e nello stesso tempo dissolve una parte dell’energia del sisma proprio lì, nel collegamento. Alla base del pilastro arriva un’azione limitata, tarata dal dispositivo. Il pilastro esistente, in molti casi, resta quello che è. Nell’articolo sui dissipatori e le piastre abbiamo spiegato perché i due oggetti vengono da mondi diversi, anche se dall’esterno sembrano entrambi “un pezzo di ferro sul nodo”.
Per questo lavoriamo con dissipatori certificati UNI EN 15129, dimensionati sulla singola struttura: il calcolo parte dal pilastro che c’è, con la sua armatura e la sua fondazione, e dimensiona il dispositivo perché il pilastro non debba diventare un altro. Il cantiere che ne esce è sui nodi, senza toccare le fondamenta, e l’abbiamo descritto sopra: niente scarifica, niente getti né spruzzi, la produzione continua. Come si svolge, passo per passo, lo trovi nella pagina sull’adeguamento sismico dei capannoni.
Diciamo “in molti casi” e non “sempre”, perché c’è di mezzo la firma di un ingegnere e il calcolo decide caso per caso. Ma la domanda da fare, prima di accettare un preventivo con l’incamiciatura, è una sola: il pilastro è stato verificato con i collegamenti rigidi o con collegamenti che limitano le azioni?
Quando l’incamiciatura dei pilastri serve davvero
Ci sono situazioni in cui il pilastro è il problema, e l’incamiciatura dei pilastri va fatta. Ti riguarda se:
- il pilastro è degradato: ferri scoperti e arrugginiti, oppure urti ripetuti dei carrelli alla base;
- hai aggiunto carichi che il pilastro non aveva: un carroponte nuovo o un soppalco;
- il calcolo dice che il pilastro non regge nemmeno con le azioni limitate dai dissipatori, per esempio perché è molto snello e con poche staffe.
In questi casi lo diciamo noi per primi, ed è la ragione per cui la diagnosi la facciamo prima e la facciamo a pagamento: l’incamiciatura dei pilastri non deve essere una sorpresa nel preventivo, deve essere una conclusione del calcolo. L’abbiamo scritto anche nell’articolo sui rimedi antisismici che non funzionano. Rinforzare i pilastri e lasciare le travi appoggiate dà la sensazione di aver fatto qualcosa di robusto, e il punto debole resta dov’era.
Le domande da fare a chi ti ha scritto quel preventivo
Se l’incamiciatura dei pilastri è nel tuo preventivo, prima di firmare chiedi per iscritto:
- 1. Con quale tipo di collegamento trave-pilastro è stato verificato il pilastro? Rigido o dissipativo?
- 2. Il pilastro va rinforzato per un suo difetto, o perché il collegamento scelto gli scarica addosso tutta l’azione sismica?
- 3. Si apre il pavimento? Si tocca il plinto?
- 4. Quante settimane resta il cantiere intorno a ogni pilastro, e cosa devo spostare?
- 5. Che categoria di intervento è, ai sensi del § 8.4 delle NTC 2018: intervento locale, miglioramento o adeguamento? Con quale indice di sicurezza prima e dopo?
L’ultima domanda pesa più delle altre. Un intervento che rinforza qualche pilastro e collega qualche nodo può essere presentato come “intervento locale”, e in quel caso a fine lavori non hai un numero sulla sicurezza del tuo capannone. Ne abbiamo parlato nell’articolo sugli interventi locali e il Sismabonus. Noi impostiamo i nostri interventi come miglioramento o adeguamento: c’è un indice prima, un indice dopo, e un documento che li riporta.
Domande frequenti
Cosa significa incamiciare i pilastri?
Si avvolge il pilastro esistente in una “camicia” di calcestruzzo armato, di acciaio o di fibre, per aumentarne resistenza e duttilità. Cambia il materiale della camicia, non la logica: si rinforza l’elemento perché riceve più azioni di quante ne regge.
Quanto costa l’incamiciatura dei pilastri?
Non diamo un prezzo al pilastro, perché sarebbe un numero inventato: dipende dalla tecnica, dall’altezza, dallo stato del calcestruzzo e da quanto si scende verso la fondazione. Quello che possiamo dirti è che la voce più pesante di solito non è la malta: sono le settimane di cantiere, lo spazio da liberare intorno alle colonne e il pavimento da riaprire.
L’incamiciatura dei pilastri è un intervento locale o un miglioramento?
Dipende da come è impostato il progetto, e va scritto nel preventivo. Le NTC 2018 al § 8.4 distinguono intervento locale, miglioramento e adeguamento. Solo negli ultimi due la valutazione della sicurezza riguarda tutta la struttura e produce un indice prima e dopo.
Si può evitare l’incamiciatura dei pilastri?
In molti capannoni prefabbricati sì, se il collegamento trave-pilastro limita le azioni che arrivano al pilastro invece di trasmetterle intere. Lo decide il calcolo: per questo il dimensionamento dei dispositivi si fa sul pilastro che c’è.
Fatti rileggere quel preventivo prima di firmarlo
Se hai un preventivo con l’incamiciatura dei pilastri e vuoi capire se quella voce nasce dal tuo pilastro o dal collegamento scelto, il primo passo non costa niente: lo screening gratuito. Lo eseguiamo da remoto, sulle foto e sui documenti del tuo capannone, e ti dice se ci sono segnali da approfondire e con quale impostazione.
Richiedi lo screening gratuito del tuo capannone: ci mandi le foto e i documenti, il resto lo facciamo noi.
Se preferisci parlarne a voce, chiamaci al Numero Verde 800 033 786.
Se invece sei un’impresa edile e le incamiciature le hai già fatte, sai quanto pesano in un capannone in produzione: sulla pagina Diventa installatore di dispositivi antisismici trovi come lavora la nostra rete.
Le fonti di questo articolo
- D.M. 17 gennaio 2018, Norme Tecniche per le Costruzioni, § 8.4: classificazione degli interventi sulle costruzioni esistenti (riparazione o intervento locale, miglioramento, adeguamento).
- Circolare 21 gennaio 2019 n. 7 del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, § C8.7.4.2.1: incamiciatura in calcestruzzo armato degli elementi esistenti.
- UNI EN 15129, “Dispositivi antisismici”: certificazione di tipo dei dispositivi con prove cicliche sotto organismo notificato.