Costo del miglioramento sismico di un capannone: da cosa dipende davvero

Costo del miglioramento sismico di un capannone prefabbricato

Se hai iniziato a informarti su quanto costa mettere in sicurezza il tuo capannone, hai già incontrato il problema: i numeri che girano vanno da poche decine di euro al metro quadro a oltre duecento. Una forbice così larga sembra una risposta che non risponde.

E invece la forbice è la risposta. Ti sta dicendo che non esiste il prezzo del miglioramento sismico come esiste il prezzo del gasolio. Esiste il prezzo per il TUO capannone, e dipende da cosa serve fare sul TUO capannone, anche in base alle TUE necessità.

Il punto è che dentro quella forbice non ci sono solo lavori più o meno grandi. Ci sono tre livelli di intervento diversi, che la norma tratta in modo diverso e che producono tre preventivi diversi. Quasi nessuno te lo spiega, e questo è il motivo per cui due preventivi per lo stesso edificio possono apparentemente somigliarsi nella descrizione e differire del doppio nel totale.

I tre livelli di intervento, secondo la norma

Le Norme Tecniche per le Costruzioni del 2018, al capitolo 8, dividono gli interventi sugli edifici esistenti in tre categorie.

L’intervento locale riguarda singoli elementi della struttura. Sistema un pezzo, ripristina una parte danneggiata, impedisce un meccanismo di collasso in un punto. Non cambia il comportamento dell’edificio nel suo insieme e non deve peggiorarlo.

Il miglioramento sismico aumenta la sicurezza della struttura nel suo complesso, anche senza arrivare al livello che la norma chiederebbe a un capannone costruito oggi.

L’adeguamento sismico porta la struttura fino a quel livello. È obbligatorio in casi precisi: se sopraelevi, se amplii con opere collegate alla struttura, se cambi destinazione d’uso aumentando di oltre il dieci per cento i carichi che arrivano in fondazione, se trasformi il sistema strutturale.

Fin qui sembra teoria. Adesso guarda cosa succede in fattura.

Le tre voci che compaiono solo nei due livelli superiori

Il collaudo statico. La norma è esplicita: solo gli interventi di miglioramento e di adeguamento sono sottoposti a collaudo statico. Un intervento locale non lo prevede. È una voce di costo intera che compare o sparisce a seconda della categoria.

La verifica delle fondazioni. Qui c’è il passaggio che vale la pena leggere due volte. Per il miglioramento e per l’adeguamento, l’esclusione di interventi in fondazione deve essere motivata esplicitamente dal progettista, attraverso una verifica di idoneità del sistema di fondazione. Tradotto: non basta decidere di non toccarle, bisogna dimostrare con i numeri che reggono anche dopo.

La conoscenza dell’edificio. Per intervenire su un elemento singolo si studia quell’elemento e le parti che lavorano con lui. Per il miglioramento e per l’adeguamento si studia l’organismo intero: ricostruzione storica, rilievo, prove sui materiali, livello di conoscenza raggiunto. E quando il calcolo riguarda tutta la struttura entrano in gioco anche le caratteristiche del terreno, con le indagini e la relazione geologica che ne conseguono.

Ecco perché un preventivo può costare la metà di un altro. Ed il motivo è semplicissimo: perché stai comprando un’altra cosa.

Intervento localeMiglioramentoAdeguamento
Cosa riguardasingoli elementitutta la strutturatutta la struttura
Valutazione della sicurezzasolo le parti toccatestruttura interastruttura intera, dopo l’intervento
Verifica delle fondazioninon richiestaobbligatoriaobbligatoria
Collaudo staticono
Indagini su materiali e terrenolimitate alle partiesteseestese
Ti dice a che livello di sicurezza sei arrivato?no

Non sai in quale colonna sta il tuo capannone? È esattamente quello che scopre lo screening gratuito del rischio sismico.

L’errore da non fare quando confronti due preventivi

L’errore è leggere il totale e concludere che il più basso è il più conveniente. Il preventivo più leggero, spesso, è più leggero perché il lavoro è limitato ad alcuni punti, e soprattutto perché non comprende la valutazione della struttura nel suo insieme.

Il che porta alla conseguenza che di solito nessuno mette per iscritto: alla fine di un intervento locale il tuo capannone sta meglio in quei punti, ma tu non hai un numero che ti dica a che livello di sicurezza sei arrivato. Non ce l’hai perché quel numero nasce solo dalla valutazione dell’intero edificio, e quella valutazione, nell’intervento locale, la norma non la richiede.

Se il tuo obiettivo è sistemare un dettaglio, va benissimo così. Se il tuo obiettivo è sapere che il capannone regge e averne la certezza dimostrabile, quello è un altro lavoro e ha un altro prezzo.

Noi, a meno di richieste specifiche in senso opposto, lavoriamo sempre sui due livelli superiori, miglioramento e adeguamento, per questa ragione: quello che serve a un imprenditore non è un pezzo sistemato, è una struttura di cui conosce il livello di sicurezza.

Quanta sicurezza vuoi davvero: la scelta è tua, ma è una scelta

Questa è la domanda che viene prima del prezzo, e la risposta la dai tu.

Se ti basta togliere di mezzo una criticità puntuale, sapendo che il resto dell’edificio resta come è oggi, l’intervento locale è la strada coerente. È una scelta legittima, e ha il suo prezzo, che è più basso perché fa meno cose.

Se invece quello che cerchi è uno stato di sicurezza alto, quello che ti serve quando pensi alle persone che lavorano sotto quel tetto, alla continuità della produzione, alla tua posizione di datore di lavoro e a cosa succede il giorno dopo una scossa, allora il minimo è il miglioramento sismico. Non per ragioni commerciali: perché è il primo livello in cui qualcuno calcola la struttura intera, misura dove sei prima e dove arrivi dopo, e te lo scrive.

La differenza fra le due strade non è la quantità di lavoro.

In una hai un numero e nell’altra no.

Non è una nostra opinione: è successo in Emilia

Se ti sembra un ragionamento da venditori, guarda cosa ha deciso lo Stato quando ha dovuto affrontare il problema sul serio, nei comuni colpiti dal terremoto del 2012.

Il decreto legge 74 del 2012 ha imposto ai titolari delle attività produttive di eliminare tre carenze precise: la mancanza di collegamenti tra travi e pilastri, le tamponature prefabbricate non ancorate, le scaffalature non controventate che crollando trascinano la struttura. Sistemate quelle, con interventi anche provvisori, si poteva riprendere a lavorare.

Ma il decreto non si è fermato lì. Dopo quel primo passo ha chiesto la valutazione della sicurezza dell’edificio, tenendo conto degli interventi locali già fatti. E ha stabilito che se il livello di sicurezza risultava inferiore al sessanta per cento di quello richiesto a un edificio nuovo, allora si dovevano eseguire interventi di miglioramento sismico per arrivare almeno a quel sessanta per cento, entro quattro anni nei casi peggiori, entro otto nei migliori.

L’intervento locale è servito a riaprire i capannoni, non a dichiararli sicuri.

Quando il livello di sicurezza richiesto rispetto al sisma di progetto diventa consistente, l’intervento locale entra in crisi e serve il miglioramento.

Quelle regole valevano per i comuni del cratere, e oggi il riferimento tecnico sono le NTC 2018. Ma il ragionamento che c’è dietro vale per il tuo capannone come valeva per quelli emiliani, con una differenza sola: là il terremoto era già arrivato.

Dove casca l’asino

Adesso mettiamo insieme le due cose, il prezzo e il livello di sicurezza, perché è lì che si decide se hai speso bene.

L’intervento locale ha un tetto, e il tetto non dipende da quanto lavoro fai. Puoi sistemare dieci punti, venti, tutti quelli che vuoi: finché nessuno calcola la struttura nel suo insieme, il livello di sicurezza raggiunto resta una cosa che nessuno può scrivere. Non perché il lavoro sia fatto male, ma perché quel numero nasce da una valutazione che in quella categoria di intervento non è prevista.

Finché ti basta togliere di mezzo una criticità evidente, il tetto non ti dà fastidio. Il problema arriva quando la sicurezza che ti serve, rispetto al sisma di progetto della tua zona, diventa consistente. Lì l’intervento locale entra in crisi: non ci arriva, e soprattutto non può dimostrare di esserci arrivato. In Emilia il legislatore quel punto lo ha fissato con un numero, il sessanta per cento della sicurezza richiesta a un edificio nuovo, e ha detto chiaramente che sotto quella soglia servono interventi di miglioramento sismico.

Ecco dove casca l’asino, e vale anche per il tuo portafoglio. Se compri un intervento locale pensando di aver risolto, quello che hai fatto non è buttato, il decreto emiliano dice espressamente di tenerne conto nella valutazione successiva, ma la spesa vera non l’hai evitata: l’hai rimandata. E quando la riprendi in mano paghi una seconda volta le cose che si pagano ogni volta che si apre un cantiere, dal progetto ai ponteggi, al tempo in cui hai la tua gente che lavora sotto una struttura di cui non conosci ancora il livello di sicurezza.

Il risparmio vero non sta nel fare meno lavoro. Sta nel fare il lavoro giusto al primo giro, e nel farlo con soluzioni tecniche che non ti costringano a scendere fino alle fondazioni per guadagnare classi di rischio.

Attenzione quindi a come viene chiamato l’intervento

Qui serve una precisazione che ti fa risparmiare tempo e discussioni.

Nella norma “intervento locale”, “miglioramento” e “adeguamento” non sono aggettivi di comodo, sono tre categorie con requisiti precisi. Un lavoro non diventa un miglioramento sismico perché lo si chiama così in offerta: lo diventa quando comprende la valutazione della sicurezza dell’intera struttura, la verifica di idoneità delle fondazioni e il collaudo statico. Se quelle cose non ci sono, per la norma resta un intervento locale, comunque sia scritto sulla copertina.

Non serve che tu diventi un tecnico per accorgertene. Bastano tre domande da fare per iscritto a chiunque ti presenti un’offerta:

  • di quale categoria di intervento si tratta, ai sensi del capitolo 8 delle NTC 2018
  • qual è il livello di sicurezza della struttura prima e dopo l’intervento, cioè il valore che i tecnici chiamano zeta E, il rapporto tra quello che il capannone regge e quello che gli chiederebbe la norma
  • se è previsto il collaudo statico

Chi sta facendo un miglioramento risponde a tutte e tre senza esitare, perché sono documenti che deve produrre comunque. Chi non risponde, o risponde con una garanzia commerciale al posto del numero, ti sta dicendo la cosa più importante dell’intera trattativa.

E qui sta il punto sulle garanzie: nessuna garanzia scritta da chi vende può sostituire la valutazione della struttura. Una garanzia copre il lavoro eseguito, non la sicurezza dell’edificio nel suo insieme, che è esattamente la cosa che vuoi sapere. La sicurezza non te la garantisce una promessa, te la dice un calcolo.

Da che parte della forbice cadi tu

Dentro il livello che ti serve, il conto si muove per motivi concreti. Questi sono i fattori che lo spostano davvero:

  • lo stato di partenza della struttura, perché se il calcestruzzo è ammalorato o ci sono ferri scoperti prima di rinforzare bisogna risanare
  • l’anno di costruzione, perché un capannone degli anni Settanta non parte dallo stesso punto di uno degli anni Duemila
  • il numero di appoggi da collegare, che è aritmetica pura: quaranta nodi costano più di venti
  • l’altezza a cui si lavora, perché intervenire a dodici metri non è come intervenire a cinque
  • quello che c’è intorno ai nodi, tubazioni, impianti, scaffalature, linee di produzione che non si possono spostare
  • quante classi di rischio vuoi guadagnare, perché salirne una costa meno che salirne tre
  • la presenza di amianto in copertura, che cambia procedure e tempi
  • la necessità di lavorare a produzione attiva, che si può fare, ma va organizzata

Nessuno di questi fattori è un mistero: si vedono durante una verifica fatta bene, e vanno messi in conto prima, non a cantiere aperto.

Perché il tipo di collegamento cambia il totale

C’è un ultimo elemento, il più tecnico dei tre, ed è quello che più spesso decide se resti nella parte bassa della forbice o finisci in quella alta.

Quando si interviene per la sicurezza sismica di un prefabbricato esistono varie tipologie di intervento. Quelle maggiormente utilizzate sono quelle che collegano tra loro travi e pilastri e travi-tegoli di un prefabbricato e, al riguardo, ci sono due filosofie. La prima è vincolare in modo rigido: si impedisce lo spostamento, punto. La seconda è collegare con dispositivi che dissipano energia, certificati secondo la norma europea EN 15129 sui dispositivi antisismici.

La differenza non è di eleganza. Le azioni sismiche, cioè le forze e i momenti che il terremoto trasmette alla struttura, devono comunque andare da qualche parte. Un collegamento rigido impedisce il movimento e le trasferisce ai pilastri, e da lì alle fondazioni. Un dispositivo dissipativo, invece, limita l’azione che passa attraverso il nodo.

Adesso rileggi la voce di prima sulle fondazioni: il progettista deve dimostrare che dopo l’intervento le fondazioni vanno ancora bene. Se hai aumentato le azioni che ci arrivano, quella dimostrazione diventa difficile, e ti trovi a mettere in conto anche interventi sui pilastri e sulle fondazioni. Se invece l’azione in arrivo l’hai limitata, la dimostrazione si può fare, e i lavori restano in alto, dove sono i nodi.

Stesso capannone, stesso obiettivo di sicurezza, due ordini di grandezza di spesa diversi. È il motivo per cui nella maggior parte dei capannoni prefabbricati italiani si può guadagnare sicurezza in modo sostanziale senza toccare le fondamenta.

Quando ci chiamano (e perché quasi sempre è lo stesso punto)

Ti racconto come arriviamo ogni tanto dentro un capannone, perché spiega la differenza fra le due filosofie meglio di qualsiasi ragionamento teorico.

Non ci chiamano quando c’è da mettere due piastre. Ci chiamano quando le piastre, o l’irrigidimento dei nodi, non bastano più ad arrivare al livello di sicurezza richiesto.

Il copione è quasi sempre identico. Si fa la valutazione della sicurezza della struttura intera, i conti non tornano (intendo quelli dell’analisi strutturale!), e va alzato l’indice di rischio sismico fino al sessanta per cento -vedi zona cratere Emilia Romagna 2012- di quello che si chiederebbe a un capannone nuovo. A quel punto si prova ad alzarlo vincolando i nodi in modo rigido, si rifà il calcolo, e si scopre che le azioni che quei vincoli scaricano sui pilastri e sulle fondazioni sono più di quelle che pilastri e fondazioni riescono a prendersi. Da lì in avanti ogni punto di sicurezza guadagnato si paga scendendo verso il basso: rinforzo dei pilastri, allargamento dei plinti, lavori in fondazione, scavi dentro il capannone dove c’è la produzione.

Quello è il momento preciso in cui squilla il nostro telefono o arriva la mail. Non per una questione commerciale: per un limite tecnico.

Il caso dell’Emilia Romagna, dieci anni dopo il cratere

Il caso che stiamo seguendo adesso è proprio in Emilia Romagna, nella zona del cratere del 2012.

Nei capannoni dell’Emilia Romagna colpiti allora, nell’urgenza di riaprire, si è fatto quello che il decreto chiedeva di fare: collegare travi e pilastri, ancorare le tamponature, controventare le scaffalature. Interventi locali, appunto. Sono serviti a rimettere in moto le aziende, ed è esattamente il compito che avevano.

Il conto è arrivato dopo, quando su quegli stessi edifici si è passati al gradino successivo, cioè alla valutazione della sicurezza dell’intera struttura e all’obiettivo del sessanta per cento. Con i collegamenti rigidi installati allora quel numero, in diversi casi, non si raggiunge: non perché il lavoro fosse fatto male, ma perché un vincolo rigido, per definizione, la sollecitazione non la riduce, la trasferisce più in basso.

Il seguito, in quei capannoni, lo stiamo facendo così: si tolgono quei collegamenti e si sostituiscono con dispositivi dissipativi certificati secondo la norma europea EN 15129, dimensionati sulla struttura. L’intervento cambia di categoria, da locale diventa miglioramento sismico, e questa volta produce quello che prima non c’era: un livello di sicurezza calcolato, scritto e collaudato.

E succede la cosa che all’imprenditore interessa davvero: la sicurezza sale restando in alto, dove sono i nodi, senza dover scendere a toccare pilastri e fondazioni.

In Emilia Romagna quella soglia del sessanta per cento l’ha messa nero su bianco il decreto. Fuori dal cratere nessuno te la impone, ma resta il metro con cui capire se quello che stai comprando ti porta davvero da qualche parte.

Se sul tuo capannone un intervento è già stato fatto e nessuno ti ha mai detto a che livello di sicurezza ti ha lasciato, quel numero è la prima cosa da rimettere in mano tua. Lo screening del rischio sismico è gratuito e serve a questo.

Irrigidire e dissipare sono due sport diversi

Qui sta il punto che vale la pena portarsi a casa da tutto questo articolo.

Irrigidire e dissipare non sono due modi diversi di fare la stessa cosa. Sono due mestieri diversi. Il collegamento rigido si oppone allo spostamento e manda a valle tutto quello che riceve. Il dispositivo dissipativo lavora in senso opposto: si muove in modo controllato, consuma una parte dell’energia che il terremoto immette nella struttura e limita l’azione che passa attraverso il nodo.

Sono due strade con due tetti diversi. Ed è per questo che il confronto fra un preventivo e l’altro non va fatto a parità di piastra, ma a parità di obiettivo di sicurezza: la domanda giusta non è «quanto costa il collegamento», è «fino a che livello di sicurezza mi porta questa soluzione, e cosa devo fare al resto del capannone per arrivarci».

Continuare a ignorare il vantaggio della dissipazione costa, e non costa a chi progetta: costa al proprietario del capannone, sotto forma di lavori in fondazione che con l’altra strada non sarebbero serviti.

Se ti trovi con una struttura da portare a un livello di sicurezza dichiarabile, questa è la differenza che decide sia il risultato sia il totale in fondo al preventivo.

Il numero che ti manca, e come si ottiene

Riassumendo: la forbice è larga perché comprende tre livelli di intervento diversi, e la tua posizione dentro la forbice dipende dallo stato del tuo edificio e dalle scelte tecniche di chi progetta.

Quello che non puoi sapere da solo, e che nessuno può dirti al telefono, è in quale punto ti trovi tu. Non è una questione di preventivi da confrontare: è una questione di diagnosi, e viene prima dei preventivi.

Lo screening del rischio sismico serve esattamente a questo. È gratuito, e alla fine ti lasciamo un report scritto: cosa abbiamo visto, quali sono i punti deboli del tuo capannone, di che tipo di intervento stiamo parlando. Non un numero buttato lì al telefono, un documento che resta a te.

Da lì in avanti decidi tu, con in mano una cosa che prima non avevi.

Vuoi sapere dove cade il tuo capannone dentro quella forbice?

P.S. Se qualcuno ti ha già dato un prezzo al metro quadro senza aver fatto una modellazione della struttura, non ti ha fatto un preventivo. Ti ha detto un numero. E un numero detto così ti può ingannare in due modi: se è alto ti blocca, se è basso lo scopri a lavori iniziati, quando le sorprese diventano varianti da pagare se pretendi un livello di sicurezza maggiore.

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