Il Piano di Emergenza ed Evacuazione per l’emergenza sismica in azienda

Sai qual è il peggior piano di emergenza ed evacuazione in caso di terremoto? Non averlo. Al secondo e al terzo posto del podio ci sono quello troppo complicato e quello copiato da un modello. Questo articolo l’ho scritto nel 2022 e l’ho riscritto oggi, perché nel frattempo abbiamo letto molti altri piani e la classifica non è cambiata. È cambiata una cosa sola: adesso so dire con precisione perché un piano di emergenza ed evacuazione per il terremoto, da solo, non protegge nessuno.
Prima, però, ti racconto cosa è successo durante un sopralluogo in un’azienda metalmeccanica.
Un piano di emergenza ed evacuazione con tutto in ordine
L’azienda che ci aveva chiamati aveva tutta la documentazione richiesta dalla legge. Il responsabile del servizio di prevenzione e protezione ci ha aiutati a muoverci fra le carte, e il piano di emergenza c’era, firmato e aggiornato. Il punto di raccolta era segnato in planimetria, fuori dal capannone, come deve essere.
Era sotto i pannelli di tamponamento del capannone del vicino.
Non era una svista di chi lo aveva scritto: era il segno che nessuno, prima di disegnare quel punto, si era chiesto cosa succede intorno a un capannone prefabbricato durante una scossa. Il piano era in regola. Non era un piano.
Che cos’è, e quando è obbligatorio
Il piano di emergenza ed evacuazione è il documento che dice ai lavoratori cosa fare, in concreto, quando succede qualcosa di grave: chi dà l’ordine, dove si va, chi chiama i soccorsi, chi aiuta chi non può muoversi da solo. Si integra al documento di valutazione dei rischi, il DVR, e vale per ogni emergenza: incendio, fuga di gas, allagamento, terremoto.
È obbligatorio in forma scritta nei luoghi di lavoro con almeno dieci lavoratori, in quelli aperti al pubblico con più di cinquanta presenze e nelle attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco (decreto del Ministero dell’Interno del 2 settembre 2021, articolo 2). Sotto quelle soglie il piano formale non è dovuto. Le misure di emergenza vanno comunque scritte dentro il DVR: lo dice lo stesso decreto, al comma 4. Per la legge la gestione dell’emergenza non è un mondo a parte, è un capitolo della valutazione dei rischi.
Una precisazione che ti serve se hai un consulente attrezzato: quel decreto è un decreto antincendio e la parola terremoto non la scrive mai. L’obbligo di gestire anche l’emergenza sismica viene da più in alto. Sta negli articoli 15, 18 e 43 del Testo Unico sulla sicurezza, che parlano di emergenza e di pericolo grave e immediato senza distinguere la causa.
Il piano di emergenza ed evacuazione copiato dall’incendio
Nei piani che leggiamo, la sola emergenza costruita davvero è quella dell’incendio. Il terremoto è liquidato in una decina di righe: mantenere la calma, non precipitarsi fuori, disporsi vicino ai muri portanti e sotto le architravi, poi, dopo la scossa, abbandonare l’edificio “con le medesime modalità illustrate per il caso di incendio”, lungo le stesse vie di esodo.
Terremoto e incendio non sono la stessa cosa, e la differenza sta nel tempo. Chi ha progettato l’evacuazione per l’incendio ha ragionato in decine di minuti, dall’innesco al momento in cui l’edificio deve essere vuoto, e su quel tempo ha dimensionato lunghezza dei percorsi, larghezza delle uscite, segnaletica. Col terremoto quel tempo non c’è. Le oscillazioni forti durano alcune decine di secondi, e in quei secondi nessuno evacua un capannone: ti va bene se riesci a metterti sotto qualcosa.
E poi, “muri portanti” e “architravi”: in un capannone prefabbricato in cemento armato non ce n’è nemmeno uno. Ci sono pilastri, travi appoggiate e pannelli. Quella riga è stata scritta per una casa, e incollata in un capannone.
Perché il terremoto sta nel piano anche se “è un rischio di tutti”
Qui arriva l’obiezione, a volte anche da un tecnico: il terremoto colpisce l’azienda come colpisce la casa di fronte, è un rischio generico, non un rischio del lavoro, quindi non tocca al datore di lavoro.
La sicurezza sul lavoro conosce da sempre una categoria intermedia: il rischio generico aggravato, cioè un rischio comune a tutti che le condizioni di lavoro rendono più grave. Il lavoratore non capita nel capannone per caso: ci sta per ore, in un edificio che ha scelto il datore di lavoro, vicino a scaffalature cariche e macchinari pesanti. La Commissione per gli interpelli del Ministero del Lavoro, con l’interpello n. 11 del 2016, ha messo nel DVR perfino i rischi di guerra e di attentato per chi lavora all’estero, proprio con questo ragionamento. Il terremoto in un capannone prefabbricato non è un caso più difficile di quello.
L’argomento completo sul DVR lo trovi nel pezzo su che cosa deve fare il datore di lavoro col rischio sismico. Qui mi interessa un’altra porta, che chiude la discussione anche con chi resta della sua idea.
Il presupposto non scritto di ogni piano di emergenza ed evacuazione
Le istruzioni ufficiali della Protezione Civile, quelle della campagna Io non rischio, durante la scossa dicono una cosa precisa: non precipitarti fuori, aspetta che finisca, riparati sotto un tavolo robusto o vicino a un elemento portante. Si esce dopo.
Mettiamo insieme i pezzi. Durante la scossa le persone restano dentro. Si esce quando ha smesso di tremare. Quindi ogni piano di emergenza ed evacuazione per il terremoto si regge su un presupposto che nessuno scrive: che l’edificio regga la scossa con le persone ancora dentro. Un piano che dice “ripararsi e poi evacuare”, scritto senza che nessuno abbia mai valutato se la struttura regge quei secondi, sta proteggendo le persone con un tavolo dentro un edificio di cui non sa nulla.
Ai miei clienti lo spiego coi tre porcellini. Il porcellino con la casa di paglia aveva un piano di emergenza perfetto: correre dal fratello con la casa di mattoni. Non gli è servito, perché la casa non ha retto i secondi che gli servivano per uscire. Il piano era buono. La casa no.
Per scrivere un piano che valga qualcosa, il datore di lavoro deve poter rispondere a quattro domande:
- 1. L’edificio regge abbastanza da lasciare alle persone il tempo di ripararsi e poi di uscire?
- 2. Le vie di esodo restano praticabili dopo la scossa, o una scaffalatura ribaltata le chiude?
- 3. Che cosa può cadere addosso alle persone: pannelli di tamponamento, controsoffitti, corpi illuminanti, macchinari sospesi, merce in quota?
- 4. Dove si sta relativamente più al sicuro, dentro e fuori, punto di raccolta compreso?
A nessuna delle quattro si risponde senza aver prima valutato il comportamento sismico dell’edificio e di quello che contiene. Le due strade portano nello stesso posto: o la chiami valutazione del rischio sismico, o la chiami presupposto del piano di emergenza, ma la verifica della struttura la devi fare. Di quello che cade mentre la gente scappa abbiamo scritto a parte, nel pezzo sui vetri e gli elementi secondari sulle vie di fuga.
Il precedente: Emilia 2012
Che non sia teoria lo ha stabilito un tribunale. Per la morte di un lavoratore nel crollo di un capannone del ferrarese, alla scossa del 20 maggio 2012, il Tribunale di Ferrara ha condannato il datore di lavoro e la responsabile della sicurezza (sentenza dell’8 maggio 2018, condanna di primo grado non impugnata e divenuta definitiva). Le omissioni contestate sono tre: la mancata valutazione del rischio sismico dopo la riclassificazione del territorio del 2003, l’assenza di procedure di emergenza per il terremoto, la mancata formazione dei lavoratori. Il capannone era a norma per l’anno in cui era stato costruito. La colpa contestata non è averlo costruito così: è non aver mai rivalutato il rischio quando la classificazione è cambiata.
Il piano di emergenza è una delle tre omissioni. Non l’unica, e non la prima. Che cosa succede dopo, fra processo, causa civile e polizza, lo abbiamo messo in fila nel pezzo su chi paga davvero quando un capannone crolla.
Le tre cose da fare, nell’ordine
È la sequenza che usiamo dal 2015, e comincia da un passo che non costa niente.
La prima è guardare la struttura. Il nostro screening sismico gratuito si fa da remoto, sulle foto guidate dei nodi fra travi e pilastri e sui documenti che hai già. Analizziamo noi, per te, i punti in cui si decide tutto, e ricevi un report scritto e firmato da un nostro strutturista. Se il quadro lo richiede si passa alla valutazione del rischio sismico vera e propria, sul posto, con un indice di rischio prima e dopo: quello è un incarico professionale a pagamento.
La seconda è portare quel risultato dentro il DVR e riscrivere il capitolo sismico del piano di emergenza sulla base di ciò che l’edificio fa davvero, non di ciò che fa una casa in muratura. Il tuo consulente della sicurezza, a quel punto, ha il dato che gli mancava: ne abbiamo parlato nel pezzo sull’RSPP e il rischio sismico.
La terza, se serve, è intervenire. Nei capannoni prefabbricati il punto è quasi sempre lo stesso, i collegamenti fra travi e pilastri, e si lavora lì: dispositivi certificati UNI EN 15129, dimensionati sulla singola struttura, montati sui nodi senza intervenire su pilastri e fondazioni e, di norma, senza fermare la produzione. Solo dopo il primo passo puoi sapere se il terzo ti riguarda.
Le domande che arrivano a questo punto
Chi deve scrivere il piano di emergenza ed evacuazione? Il datore di lavoro, che di solito lo fa redigere al proprio servizio di prevenzione e protezione. La valutazione dei rischi su cui il piano si regge, invece, è un obbligo che il datore non può delegare (articolo 17 del Testo Unico).
Il mio RSPP dice che il terremoto non c’entra. Non è il suo mestiere valutare una struttura, ed è normale che non lo faccia. Ma la responsabilità della valutazione resta sul datore di lavoro. Portagli il dato strutturale e diventa un alleato: è il tema del pezzo sull’RSPP linkato sopra.
Basta aggiornare il piano per essere a posto? No. Un piano riscritto bene su un edificio mai valutato è la stessa casa di paglia con un piano migliore. Prima la struttura, poi il piano.
Da dove si comincia
Il punto di raccolta sotto i pannelli del vicino non l’ha disegnato un incompetente. L’ha disegnato qualcuno a cui nessuno aveva mai detto come si comporta un capannone prefabbricato in una scossa. Il primo passo per non trovarti nella stessa situazione non ferma nessuno e non costa niente.
Richiedi ora lo screening gratuito: guardiamo la struttura, e il tuo piano di emergenza ed evacuazione smette di reggersi su un presupposto che nessuno ha verificato.
Sei un tecnico e i piani di emergenza li scrivi per mestiere? La rete cerca rilevatori del rischio sismico sul territorio: sono loro a portare il dato strutturale dentro le aziende.
Leggi anche: Formare i dipendenti al terremoto: il piano (e la prova di evacuazione) che salva vite in capannone